Filosofia del senso comune

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La cultura contemoporanea, non ancora emancipata dalla dialettica razionalismo/fideismo introdotta da cartesio, oscilla costantemente tra uno scientismo di sapore gnostico (residuo del razionalismo illuministico e del positivismo) e un "pensiero debole" che è una nuova edizione dello scetticismo perenne. Il pensiero cristiano, nella misura in cui si abbandona acriticamente al "pensieri debole" e rifiuta la metafisica, ricade nel fideismo, vera malattia mortale del cristianesimo. Antonio Livi ricostruisce in questo libro la storia della nozione filosofica di "senso comune", e ne dimostra analiticamente il valore epistemico ai fini della fondazione di una scienza della totalità, che è la metafisica, sapere rigoroso che le scenze particolari non possono nè ignorare nè tantomeno soppiantare. Al tempo stesso, la filosofia del senso comune evidenzia i limiti costitutivi della metafisica stessa e delle scienze particolari, poichè il sapere scientifico è sempre un sapere riflesso e presuppone il sapere direto e immediato, che è appunto il senso comune. Infine, la filosofia del senso comune precisa lo spazio di razionalità che spetta alla fede, intesa come comprensione e accettazione di una verità soprannaturale. Il senso comune viene dunque riconosciuto come il necessario presupposto della scienza e della fede, e le sue certezze escludono sia il razionalismo che il fideismo.