Generazione Tuareg

Generazione Tuareg
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Descrizione

I trentenni e i quarantenni di oggi si sono formati in un deserto, causato dal rapido e imprevedibile dissolvimento delle certezze che avevano caratterizzato il Novecento. Sono i protagonisti della Generazione Tuareg. Costretti a vagare in un mare senz’acqua come i nomadi del deserto, privi delle bussole che avevano guidato padri e nonni. Proprio come i Tuareg, hanno una sola chance per sopravvivere: affrontare il deserto in gruppo, abbandonando l’iper-individualismo di fine Novecento.  Colpita e marginalizzata dalle conseguenze della rivoluzione del ‘68 e della cultura dello spot televisivo, dai mercati dei servizi chiusi alla concorrenza e dalla riforma Dini, la Generazione Tuareg può riscattarsi solo costruendo una nuova mappa di valori, un nuovo pensiero comune.  Coltivando visioni più ampie del proprio interesse, può rovesciare l’approccio di chi oggi è al potere in Italia. Battendo la “sindrome dell’alieno”: l’idea - straordinariamente diffusa tra dirigenti pubblici e privati, imprenditori, opinion maker, accademici - che le sorti dell’Italia siano qualcosa di altro rispetto ai propri comportamenti, ai propri giudizi, alle proprie ambizioni. Riaccendere la speranza, ricostruire il “sogno italiano”. È la grande missione della Generazione Tuareg: flessibile per necessità, felice per scelta. 

Renzo De Felice, ricorda Delzio, «ripeteva spesso che i danni provocati dal '68 non sarebbero stati rimarginati in meno di cinquant'anni. Il principale prodotto della vittoria dell'egualitarismo sul merito, infatti, è stato un profondo livellamento verso il basso di studenti e docenti». Il risultato è che oggi il sistema universitario italiano è il più vecchio del mondo (metà dei docenti di molo andrà in pensione entro il 2010), è incapace di puntare sui settori strategici e spende in ricerca, in percentuale, la metà degli altri Paesi europei. Soprattutto, è un sistema ingiusto: vista la scarsità di borse di studio legate al merito, i laureati italiani appartengono per la quasi totalità ai celi medio-alti. Insomma, «i più poveri finanziano la formazione dei ricchi». Morale: «Per cambiare il volto della società italiana, per trasformare in dinamismo e innovazione ciò che oggi sembra pericolosamente immobile, non abbiamo alternative. Dobbiamo abolire il '68».