Rivoluzione italiana (La). Come fu fatta l'unità della nazione

Rivoluzione italiana (La). Come fu fatta l'unità della nazione
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Descrizione

Presentazione di Alberto Leoni

Il diario sconvolgente di un irlandese che combatté a Mentana (1867) e a Porta Pia (1870). In tempi non sospetti di revisionismo storiografico, l'autore demitizza ideali e protagonisti del Risorgimento, svelando i retroscena sulla formazione del Regno d'Italia: l'opportunismo delle classi dirigenti, la manipolazione del consenso come prassi di legittimazione, l'odio anticristiano, la presenza malavitosa nei moti politici, la dipendenza dalle complicità straniere. Patrick Keyes O’Clery nacque nel 1849 a Limerick, in Irlanda. Si arruolò negli Zuavi pontifici combattendo a Mentana. All’inizio del 1870, O’Clery si trova addirittura nel Far West a caccia di bisonti quando, giuntagli notizia dell’imminente invasione dello Stato pontificio da parte dell’esercito italiano, torna precipitosamente in Europa. Determinato come sempre, riuscirà a passare le linee italiane il 19 settembre 1870 e a entrare in Roma insieme a due compagni di viaggio d’eccezione: il nobile britannico Keryon di Gillingham e certo Tracy, poi deputato al Congresso degli Stati Uniti. Dopo l’ultima resistenza a Porta Pia, O’Clery rientra definitivamente in Inghilterra iniziando una dura battaglia politica per ottenere l’autonomia politica dell’Irlanda.

Questo volume riunisce le due opere di O’Clery. La prima, La rivoluzione delle barricate, parte proprio dall’inizio del potere temporale della Chiesa, in un rapido e brillante excursus che giunge fino alla Rivoluzione francese. Non si tratta di una meschina apologia del Papa re, ma dell’esaltazione del buon governo in quanto capace di scelte concrete ed efficaci, in contrapposizione all’astrattezza dell’ideologia.

Nel capitolo sulla Carboneria si vedrà, inoltre, come O’Clery rifiuti recisamente di indulgere al pettegolezzo sulla vita privata dei protagonisti e cerchi di basarsi unicamente sui documenti di provenienza mazziniana o carbonara, linea che manterrà anche nel volume successivo. Le sue fonti saranno sempre ufficiali, oppure di parte garibaldina o italianista e mai scriverà una sola parola che possa denigrare Garibaldi, Cavour o Vittorio Emanuele, per quanto materiale abbia potuto avere a propria disposizione.
Nel secondo libro, La formazione del Regno d’Italia, lo stile di O’Clery si fa ancora più agile e vivace, e la documentazione diventa addirittura imponente. Dopo l’esame della documentazione risulta chiaro che la scelta da lui posta è semplice, al di là dei meriti e delle indegnità degli individui: da una parte sta il diritto, dall’altra la violenza; di qua il bene concreto di tutto il popolo, di là la volontà di potenza di una ristretta classe politica; di qua l’amore per la verità, di là quello per la menzogna, e questo senza mai idealizzare alcun governo, compreso quello di Pio IX.
Ciò che può sconcertare il lettore odierno è la continuità delle questioni aperte di ieri con quelle di oggi: la malavita organizzata in Sicilia e in altre regioni del Sud, le carceri stracolme, una giustizia che non funziona, un colossale debito pubblico, le esigenze di federalismo insoddisfatte, il trasformismo politico, la verbosità dei lavori parlamentari, una politica estera pasticciata e velleitaria. Una continuità dei difetti nazionali? Certamente, ma il problema è che tali difetti erano presenti, in misura patologica, proprio in quella «razza eletta» che ha fatto l’Italia, attribuendo ai suoi sudditi, le proprie disonestà intellettuali e morali.