Descrizione
Mosebach titola il proprio lavoro sulla Liturgia “Eresia dell'informe” per sottolineare la perdita della forma che investe la liturgia post conciliare e si riflette nella società contemporanea. Tale perdita di forma non va intesa nel senso di una rinuncia all'aspetto formale a vantaggio di una migliore comprensione della concretezza del messaggio, ma viene piuttosto letta come uno sconvolgimento di quell'ordo amoris agostiniano che conferisce senso alla vita dell'uomo. La Liturgia che perde la forma sembra infatti affermare il primato del fare su quello dell'essere, del titanismo soggettivistico che dimentica la dimensione dell'ascolto e della contemplazione. Quando ci si affida all'improvvisazione si rischia di trasformare l'evento misterico in una mera assemblea comunitaria, dove si smarrisce il senso del rapporto col sacro.
La dimensione del sacro, presente al sensus communis delle persone in una millenaria sedimentazione, può scivolare lentamente nell'oblio. I fedeli allora, man mano dimenticano non solo l'esistenza delle risposte che ci dona la fede, ma perdono persino l'abitudine a porsi le domande medesime. Si delinea allora lo spettro del nichilismo nell'appiattirsi della forma che non ha un puro valore esornativo e di etichetta, ma al contrario è aristotelicamente “sostanza” di verità, veicolo per condurre l'animo dell'uomo alle porte del dialogo profondo col suo Dio.Tale eresia dell'informe liturgico è quindi simbolo di una società che raccoglie la propria deformità per generare un informe che diventa poi conformismo. Assistiamo al paradosso della negazione della forma che genera un con-formismo dell'amorfo. Filosofi del calibro di Burke e di Reid si espressero sul valore del sensus communis, contro quell'intellettualismo che ricerca sempre un'utilità o un fine ad una determinata azione e contro quello sperimentalismo che consegna il valore del gesto alla soggettività relativa.
L'Uomo senza qualità di Musil è l'espressione del pensiero debole e del nichilismo. Tale vuoto emerge quando viene negato il valore sacrale della forma del rito: si ottundono i sensi profondi dell'anima e l'ecclesia si riduce a mera aggregazione sociale il cui attivismo, nella foga dell' “utile” diventa fine a se stesso perché isola l'uomo dalla Fonte della Vita. Nella foga di fare e di comunicare, viene a mancare al credente la linfa che supporta l'azione e l'uomo crede invano di poter cambiare il mondo con la propria misera forza umana.
Anche Florenski contrappone al titanismo lo spirito del culto dove, grazie ad esso, le piccole cose diventano un ponte per la trascendenza. Dunque se il culto e la liturgia sono parte della Rivelazione, non si può organizzare un culto in modo arbitrario, facendo della Santa Messa una semplice riunione sociale che tende alla destrutturazione.Viene portato l'esempio della Chiesa ortodossa che non concede la predica durante la Liturgia, ma solo dopo aver deposto gli abiti sacri.
La forma Liturgica non è fine a se stessa, ma attua la ragion d'essere in Dio piuttosto che nell'uomo. L'uomo esiste in funzione di Dio e grazie a Dio e dove c'è Grazia non si può dare priorità alla forza creativa meramente umana. Il sacerdote non deve diventare l'unico punto di riferimento che interpreta liberamente ciò che invece è sedimentato nel profondo di una coscienza collettiva millenaria e nel sapere del magistero della Chiesa che si fa interprete nei secoli della voce divina.
Il fine non è soltanto quello dell'educazione, ma di porre in essere una contemplazione che colga la bellezza come in un affresco. E se è vero che “Grazie al concilio Vaticano II l'affresco fu riportato alla luce” che ci affascinò con la “bellezza dei suoi colori e delle sue figure”, gli innumerevoli tentativi di restauro di quest'affresco hanno finito per rovinarlo. Spaemann osserva che la riforma liturgica “ha divorato i suoi figli” desacralizzando la celebrazione in virtù di scelte, come dire, più popolari.
Agire liturgicamente significa diventare opera d'arte, cogliendo la bellezza, “diventare come bambini; rinunciando, un volta per sempre, a essere adulti che vogliono agire sempre con finalità determinate per decidersi a giocare, come faceva Davide quando danzava dinanzi all'Arca dell'alleanza”.