Nella stagione dei diritti della modernità c'è una dinamica perversa che chiude l'uomo nella produzione egoistica di sè e gli impedisce di assumere doveri, senza dei quali i diritti si avvitano su se stessi. Nella propria espansione massima i diritti finiscono per annientare se stessi e per ridursi ad una fruizione immediata ed immotivata di pulsioni. Un naturalismo primitivistico si combina così con la tecnologia più avanzata. La trasformazione del desiderio in diritto si sposa con l'accettazione della tecnica assunta nella sua nudità. Il principio del piacere si sposa con l'efficienza tecnica dell'apparato. Il nuovo diventa il buono, il possibile diventa il lecito, l'essere coincide con il poter essere fatto. I diritti annientano così se stessi in quanto non vengono assunti come compito, ma solo come diritto ad automatiche forniture di risposte a stimolo. Quando il diritto è inteso solo come diritto; quando soprattutto esso è inteso solo come un "mio" diritto, la storia del diritto è già finita. La stagione dei diritti oggi sopravvive solo per le ingenti risorse che l'apparato della ideologia dei diritti mette in campo a proprio sostegno. Di fronte a questo crollo è giunto il tempo di pensare ad una nuova cultura e politica dei doveri.